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domenica 7 ottobre 2012

The catcher in the rye

Ho consigliato a Riccardo la lettura del libro Il giovane Holden di Salinger
Non pensavo arrivasse in fondo ...invece gli è piaciuto molto.
Leggere è un avventura, e scoprire nuovi autori e nuovi generi è come esplorare delle terre sconosciute. Ho provato lo stesso questa estate leggendo Underworld di Don Delillo o in questi giorni in cui sto leggendo il 4 volume della saga della Torre nera di Stephen King. Prendi il libro in mano e ti trovi trasportato fuori dalla tua realtà, vivi ed incontri persone, attraversi luoghi lontani all'interno della tua mente.

"Se davvero avete voglia di sentire questa storia, magari vorrete sapere prima di tutto dove sono nato e com'è stata la mia infanzia schifa e che cosa facevano i miei genitori e compagnia bella prima che arrivassi io, e tutte quelle baggianate alla David Copperfield, ma a me non mi va proprio di parlarne. Primo, quella roba mi secca, e secondo, ai miei genitori gli verrebbero un paio di infarti per uno se dicessi qualcosa di troppo personale sul loro conto." (Incipit)

"Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzi che fanno una partita in quell'immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c'è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull'orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere nel dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l'acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l'unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia. (capitolo XXII)"


Se c'è stato un romanzo che vi è piaciuto particolarmente e vi piacerebbe leggerne uno altrettanto bello, potete farvi consigliare da questo sito: 
Scrivete il titolo del libro che avete amato, e il sito ve ne consiglia di simili.


sabato 15 settembre 2012

Book trailer

Ho trovato questo book trailer relativo al libro 21/11/63 letto durante l'estate ad Allerona.
Rende bene l'atmosfera ed ha una bella musica quindi ho deciso di inserirlo nel blog.

venerdì 14 settembre 2012

L'ultimo cavaliere

“L’uomo nero fuggì nel deserto, ed il pistolero lo seguì” 


Ho terminato la lettura del primo libro della serie della Torre nera di Stephen King. Mi sono avventurato in una saga di circa 3000 pagine complessive divisa in 8 volumi.
Ho da leggere per tutto l'inverno!!!!
Il primo libro scritto quando l'autore aveva 19 anni e' una magistrale introduzione ad un nuovo mondo. L'ambientazione e' quella del west, il protagonista e' un pistolero ma gia' si scoprono relazioni con il nostro mondo nelle parole e nei racconti di alcuni dei protagonisti.
Un inizio promettente, sono curioso di sapere come si sviluppera' la storia. Al momento ho ancora nella mente le magnifiche descrizioni di paesaggi desertici, di polverosi villaggi dimenticati e di epiche sparatorie.
Roland Deschain, figlio di Steven Deschain, è nato nella scomparsa città di Gilead. Il suo unico obiettivo è trovare la Torre Nera, nella speranza di invertire la distruzione dell'universo. Questa missione e' tutto per Roland che sara' pronto ad affrontare e superare gli ostacoli che trovera' sul suo cammino. 
    
Roland di Gilead


venerdì 7 settembre 2012

David Foster Wallace

Oggi su alcuni giornali si parla di David Foster Wallace, scrittore americano morto nel 2008.
Mi sono riproposto di affrontare la lettura del suo capolavoro "Infinite jest" uno di questi giorni ma per il momento propongo un suo intervento al Kenyon college per la cerimonia delle lauree nel maggio del 2005. E' un po' lungo ma l'ho trovato veramente illuminante.


di David Foster Wallace
[traduzione di Roberto Natalini]
Trascrizione del discorso di David Foster Wallace per la cerimonia delle lauree al Kenyon college, 21 maggio 2005.

Un saluto a tutti e le mie congratulazioni alla classe 2005 dei laureati del Kenyon college. Ci sono due giovani pesci che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice “Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?” I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede “ma cosa diavolo è l’acqua?”
È una caratteristica comune ai discorsi nelle cerimonie di consegna dei diplomi negli Stati Uniti di presentare delle storielle in forma di piccoli apologhi istruttivi. La storia è forse una delle migliori, tra le meno stupidamente convenzionali nel genere, ma se vi state preoccupando che io pensi di presentarmi qui come il vecchio pesce saggio, spiegando cosa sia l’acqua a voi giovani pesci, beh, vi prego, non fatelo. Non sono il vecchio pesce saggio. Il succo della storia dei pesci è solamente che spesso le più ovvie e importanti realtà sono quelle più difficili da vedere e di cui parlare. Espresso in linguaggio ordinario, naturalmente diventa subito un banale luogo comune, ma il fatto è che nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti, i banali luoghi comuni possono essere questioni di vita o di morte, o meglio, è questo ciò che vorrei cercare di farvi capire in questa piacevole mattinata di sole.

Chiaramente, l’esigenza principale in discorsi come questo è che si suppone vi parli del significato dell vostra educazione umanistica, e provi a spiegarvi perché il diploma che state per ricevere ha un effettivo valore sul piano umano e non soltanto su quello puramente materiale. Per questo, lasciatemi esaminare il più diffuso stereotipo nei discorsi fatti a questo tipo di cerimonie, ossia che che la vostra educazione umanistica non consista tanto “nel fornirvi delle conoscenze”, quanto “nell’insegnarvi a pensare”.
Se siete come me quando ero studente, non vi sarà mai piaciuto ascoltare questo genere di cose, e avrete tendenza a sentirvi un po’ insultati dall’affermazione che dobbiate aver bisogno di qualcuno per insegnarvi a pensare, poiché il fatto stesso che siete stati ammessi a frequentare un college così prestigioso vi sembra una dimostrazione del fatto che già sapete pensare. Ma vorrei convincervi che lo stereotipo dell’educazione umanistica in realtà non è per nulla offensivo, perché la vera educazione a pensare, che si pensa si debba riuscire ad avere in un posto come questo, non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. Se la vostra assoluta libertà di scelta su cosa pensare vi sembrasse troppo ovvia per perdere del tempo a discuterne, allora vorrei chiedervi di pensare al pesce e all’acqua, e a mettere tra parentesi anche solo per pochi minuti il vostro scetticismo circa il valore di ciò che è completamente ovvio.
Ecco un’altra piccola storia istruttiva. Ci sono due tizi che siedono insieme al bar in un posto sperduto e selvaggio in Alaska. Uno dei due tizi è credente, l’altro è ateo, e stanno discutendo sull’esistenza di Dio, con quell’intensità particolare che si stabilisce più o meno dopo la quarta birra. E l’ateo dice: “Guarda, non è che non abbia ragioni per non credere. Ho avuto anche io a che fare con quella roba di Dio e della preghiera. Proprio un mese fa mi sono trovato lontano dal campo in una terribile tormenta, e mi ero completamente perso e non riuscivo a vedere nulla, e facevano 45 gradi sotto zero, e così ho provato: mi sono buttato in ginocchio nella neve e ho urlato ‘Oh Dio, se c’è un Dio, mi sono perso nella tormenta, e morirò tra poco se tu non mi aiuterai’.” E a questo punto, nel bar, il credente guarda l’ateo con aria perplessa “Bene, allora adesso dovrai credere” dice, “sei o non sei ancora vivo?” E l’ateo, alzando gli occhi al cielo “Ma no, è successo invece che una coppia di eschimesi, che passava di lì per caso, mi ha indicato la strada per tornare al campo.”
È facile interpretare questa storiella con gli strumenti tipici dell’analisi umanistica: la stessa precisa esperienza può avere due significati totalmente diversi per due persone diverse, avendo queste persone due diversi sistemi di credenze e due diversi modi di ricostruire il significato dall’esperienza. Poiché siamo convinti del valore della tollerenza e della varietà delle convinzioni, in nessun modo la nostra analisi umanistica vorrà affermare che l’interpretazione di uno dei due tizi sia giusta a quella dell’altro falsa o cattiva. E questo va anche bene, tranne per il fatto che in questo modo non si riesce mai a discutere da dove abbiano origine questi schemi e credenze individuali. Voglio dire, da dove essi vengano dall’INTERNO dei due tizi. Come se l’orientamento fondamentale verso il mondo di una persona e il significato della sua esperienza fossero in qualche modo intrinseci e difficilmente modificabili, come l’altezza o il numero di scarpe, o automaticamente assorbiti dal contesto culturale, come il linguaggio. Come se il modo in cui noi costruiamo il significato non fosse in realtà un fatto personale, frutto di una scelta intenzionale. Inoltre, c’è anche il problema dell’arroganza. Il tizio non credente è totalmente certo nel suo rifiuto della possibilità che il passaggio degli eschimesi abbia qualche cosa a che fare con la sua preghiera. Certo, ci sono un sacco di credenti che appaiono arroganti e anche alcune delle loro interpretazioni. E sono probabilmente anche peggio degli atei, almeno per molti di noi. Ma il problema del credente dogmatico è esattamente uguale a quello del non credente: una certezza cieca, una mentalità chiusa che equivale a un imprigionamento così totale che il prigioniero non si accorge nemmeno di essere rinchiuso.
Il punto che vorrei sottolineare qui è che credo che questo sia una parte di ciò che vuole realmente significare insegnarmi a pensare. A essere un po’ meno arrogante. Ad avere anche solo un po’ di coscienza critica su di me e le mie certezze. Perché una larga percentuale di cose sulle quali tendo a essere automaticamente certo risulta essere totalmente sbagliata e deludente. Ho imparato questo da solo e a mie spese, e così immagino sarà per voi una volta laureati.
Ecco un esempio della totale falsità di qualche cosa su cui tendo ad essere automaticamente sicuro: nella mia esperienza immediata, tutto tende a confermare la mia profonda convinzione che io sia il centro assoluto dell’universo, la più reale e vivida e importante persona che esista. Raramente pensiamo a questa specie di naturale, fondamentale egocentrismo, perché è qualche cosa di socialmente odioso. Ma in effetti è lo stesso per tutti noi. È la nostra configurazione di base, codificata nei nostri circuiti fin dalla nascita. Pensateci: non c’è nessuna esperienza che abbiate fatto di cui non ne siate il centro assoluto. Il mondo, così come voi lo conoscete, è lì davanti a VOI o dietro di VOI, o alla VOSTRA sinistra o alla VOSTRA destra, sulla VOSTRA TV o sul VOSTRO schermo. E così via. I pensieri e i sentimenti delle altre persone devono esservi comunicati in qualche modo, ma i vostri sono così immediati, urgenti, reali.
Adesso vi prego di non pensare che io voglia farvi una lezione sulla compassione o la sincerità o altre cosiddette “virtù”. Il problema non è la virtù. Il problema è di scegliere di fare il lavoro di adattarsi e affrancarsi dalla configurazione di base, naturale e codificata in noi, che ci fa essere profondamente e letteralmente centrati su noi stessi, e ci fa vedere e interpretare ogni cosa attraverso questa lente del sé. Le persone che riescono ad adattare la loro configurazione di base sono spesso descritti come “ben adattati”, che credo non sia un termine casuale.
Considerando la trionfale cornice accademica in cui siamo, viene spontaneo porsi il problema di quanto di questo lavoro di autoregolazione della nostra configurazione di base coinvolga conoscenze effettive e il nostro stesso intelletto. Questo problema è veramente molto complicato. Probabilmente la più pericolosa conseguenza di un’educazione accademica, almeno nel mio caso, è che ha permesso di svilupparmi verso della roba super-intellettualizzata, di perdermi in argomenti astratti dentro la mia testa e, invece di fare semplicemente attenzione a ciò che mi capita sotto al naso, fare solo attenzione a ciò che capita dentro di me.
Come saprete già da un pezzo, è molto difficile rimanere consapevoli e attenti, invece di lasciarsi ipnotizzare dal monologo costante all’interno della vostra testa (potrebbe anche stare succedendo in questo momento). Vent’anni dopo essermi laureato, sono riuscito lentamente a capire che lo stereotipo dell’educazione umanistica che vi “insegna a pensare” è in realtà solo un modo sintentico per esprimere un’idea molto piu significativa e profonda: “imparare a pensare” vuol dire in effetti imparare a esercitare un qualche controllo su come e cosa pensi. Significa anche essere abbastanza consapevoli e coscienti per scegliere a cosa prestare attenzione e come dare un senso all’esperienza. Perché, se non potrete esercitare questo tipo di scelta nella vostra vita adulta, allora sarete veramente nei guai. Pensate al vecchio luogo comune della “mente come ottimo servitore, ma pessimo padrone”. Questo, come molti luoghi comuni, così inadeguati e poco entusiasmanti in superficie, in realtà esprime una grande e terribile verità. Non a caso gli adulti che si suicidano con armi da fuoco quasi sempre si sparano alla testa. Sparano al loro pessimo padrone. E la verità è che molte di queste persone sono in effetti già morte molto prima di aver premuto il grilletto.
E vi dico anche quale dovrebbe essere l’obiettivo reale su cui si dovrebbe fondare la vostra educazione umanistica: come evitare di passare la vostra confortevole, prosperosa, rispettabile vita adulta, come dei morti, incoscienti, schiavi delle vostre teste e della vostra solita configurazione di base per cui “in ogni momento” siete unicamente, completamente, imperiosamente soli. Questo potrebbe suonarvi come un’iperbole o un’astrazione senza senso. Cerchiamo di essere concreti. Il fatto puro e semplice è che voi laureati non avete ancora nessun’idea di cosa “in ogni momento” significhi veramente. Questo perché nessuno parla mai, in queste cerimonie delle lauree, di una grossa parte della vita adulta americana. Questa parte include la noia, la routine e la meschina frustrazione. I genitori e i più anziani tra di voi sapranno anche troppo bene di cosa sto parlando.
Tanto per fare un esempio, prendiamo una tipica giornata da adulto, e voi che vi svegliate la mattina, andate al vostro impegnativo lavoro da colletto-bianco-laureato-all’università, e lavorate duro per otto o dieci ore, fino a che, alla fine della giornata, siete stanchi e anche un po’ stressati e tutto ciò che vorreste sarebbe di tornarvene casa, godervi una bella cenetta e forse rilassarvi un po’ per un’oretta, per poi ficcarvi presto nel vostro letto perché, evidentemente, dovrete svegliarvi presto il giorno dopo per ricominciare tutto da capo. Ma, a questo punto, vi ricordate che non avete nulla da mangiare a casa. Non avete avuto tempo di fare la spesa questa settimana a causa del vostro lavoro così impegnativo, per cui, uscendo dal lavoro, dovete mettervi in macchina e guidare fino al supermercato. È l’ora di punta e il traffico è parecchio intenso. Per cui per arrivare al supermercato ci mettete moltissimo tempo, e quando finalmente arrivate, lo trovate pieno di gente, perché naturalmente è proprio il momento del giorno in cui tutti quelli che lavorano come voi cercano di sgusciare in qualche negozio di alimentari. E il supermercato è disgustosamente illuminato e riempito con della musica di sottofondo abbrutente o del pop commerciale, ed è proprio l’ultimo posto in cui vorreste essere, ma non potete entrare e uscire rapidamente, vi tocca vagare su e giù tra le corsie caotiche di questo enorme negozio super-illuminato per trovare la roba che volete e dovete manovrare con il vostro carrello scassato nel mezzo delle altre persone, anche loro stanche e di fretta come voi, con i loro carrelli (eccetera, eccetera, ci dò un taglio poiché è una cerimonia piuttosto lunga) e alla fine riuscite a raccogliere tutti gli ingredienti della vostra cena, e scoprite che non ci sono abbastanza casse aperte per pagare, anche se è l’ora-di-punta-di-fine-giornata. Cosi la fila per pagare è incredibilmente lunga, che è una cosa stupida e che vi fa arrabbiare. Ma voi non potete sfogare la vostra frustrazione sulla povera signorina tutta agitata alla cassa, che è superstressata da un lavoro la cui noia quotidiana e insensatezza supera l’immaginazione di ognuno di noi qui in questa prestigiosa Università.
Ma in ogni modo, finalmente arrivate in fondo a questa fila, pagate per il vostro cibo, e vi viene detto “buona giornata” con una voce che è proprio la voce dell’oltretomba. Quindi dovete portare quelle orrende, sottili buste di plastica del supermercato nel vostro carrello con una ruota impazzita che spinge in modo esasperante verso sinistra, di nuovo attraverso il parcheggio affollato, pieno di buche e di rifiuti, e guidare verso casa di nuovo attraverso il traffico dell’ora di punta, lento, intenso, pieno di SUV, ecc.
A tutti noi questo è capitato, certamente. Ma non è ancora diventato parte della routine della vostra vita effettiva di laureati, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, anno dopo anno. Ma lo sarà. E inoltre ci saranno tante altre routine apparentemente insignificanti, noiose e fastidiose. Ma non è questo il punto. Il punto è che è proprio con stronzate meschine e frustranti come questa che interviene la possibilità di scelta. Perché il traffico e le corsie affollate del supermercato e la lunga coda alla cassa mi danno il tempo di pensare, e se io non decido in modo meditato su come pensare e a cosa prestare attenzione, sarò incazzato e infelice ogni volta che andrò a fare la spesa. Perché la mia naturale configurazione di base è la certezza che situazioni come questa riguardino solo me. La MIA fame e la MIA stanchezza e il MIO desiderio di andarmene a casa, e mi sembrerà che ogni altra persona al mondo stia lì ad ostacolarmi. E chi sono poi queste persone che mi ostacolano? E guardate come molti di loro sono repellenti, e come sembrano stupidi e bovini e con gli occhi spenti e non-umani nella coda alla cassa, o anche come è fastidioso e volgare che le persone stiano tutto il tempo a urlare nei loro cellulari mentre sono nel mezzo della fila. E guardate quanto tutto ciò sia profondamente e personalmente ingiusto.
Oppure, se la mia configurazione di base è più vicina alla coscienza sociale e umanistica, posso passare un bel po’ di tempo nel traffico di fine giornata a essere disgustato da tutti quei grossi, stupidi SUV e Hummers e furgoni con motori a 12 valvole, che bloccano la strada e consumano il loro costoso, egoistico serbatoio da 40 galloni di benzina, e posso anche soffermarmi sul fatto che gli adesivi patriottici e religiosi sembrano essere sempre sui veicoli più grandi e più disgustosamente egoisti, guidati dai più brutti, più incoscienti e aggressivi dei guidatori. (Attenzione, questo è un esempio di come NON bisogna pensare…) E posso pensare che i figli dei nostri figli ci disprezzeranno per aver sprecato tutto il carburante del futuro e avere probabilmente fottuto il clima, e che noi tutti siamo viziati e stupidi ed egoisti e ripugnanti, e che la moderna civiltà dei consumi faccia proprio schifo, e così via.
Avete capito l’idea.
Se scelgo di pensare in questo modo in un supermercato o sulla superstrada, va bene. Un sacco di noi lo fanno. Tranne che il fatto di pensare in questo modo diventa nel tempo così facile e automatico che non è più nemmeno una vera scelta. Diventa la mia configurazione di base. È questa la modalità automatica in cui vivo le parti noiose, frustranti, affollate della mia vita da adulto, quando sto operando all’interno della convinzione automatica e inconscia di essere il centro del mondo, e che i miei bisogni e i miei sentimenti prossimi sono ciò che determina le priorità del mondo intero.
In realtà, naturalmente, ci sono molti modi diversi di pensare in questo tipo di situazioni. Nel traffico, con tutte queste macchine ferme e immobili davanti a me, non è impossibile che una delle persone nei SUV abbia avuto un orribile incidente d’auto nel passato, e adesso sia cosi terrorizzata dal guidare che il suo terapista le ha ordinato di prendere un grosso e pesante SUV, così che possa sentirsi abbastanza sicura quando guida. O che quell’Hummer che mi ha appena tagliato la strada sia forse guidato da un padre il cui figlio piccolo è ferito o malato nel sedile accanto a lui, e stia cercando di portarlo in ospedale, ed abbia quindi leggitimamente molto più fretta di me: in effetti sono io che blocco la SUA strada.
Oppure posso sforzarmi di considerare la possibilità che tutti gli altri nella fila alla cassa del supermercato siano stanchi e frustrati come lo sono io, e che alcune di queste persone probabilmente abbiano una vita molto più dura, noiosa e dolorosa della mia.
Di nuovo, vi prego di non pensare che vi stia dando dei consigli morali, o vi stia dicendo che dovreste pensare in questo modo, o che qualcuno si aspetta da voi che lo facciate. Perché è difficile. Richiede volontà e fatica, e se voi siete come me, in certi giorni non sarete capaci di farlo, o più semplicemente non ne avrete voglia.
Ma molte altre volte, se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa. O forse questa signora è l’impiegata meno pagata della motorizzazione, che proprio ieri ha aiutato vostra moglie a risolvere un orribile e snervante problema burocratico con alcuni piccoli atti di gentilezza amministrativa.
Va bene, nessuno di questi casi è molto probabile, ma non è nemmeno completamente impossibile. Dipende da cosa volete considerare. Se siete automaticamente sicuri di sapere cos’è la realtà, e state operando sulla base della vostra configurazione di base, allora voi, come me, probabilmente non avrete voglia di considerare possibilità che non siano fastidiose e deprimenti. Ma se imparate realmente a concentrarvi, allora saprete che ci sono altre opzioni possibili. Avrete il potere di vivere una lenta, calda, affollata esperienza da inferno del consumatore, e renderla non soltanto significativa, ma anche sacra, ispirata dalle stesse forze che formano le stelle: amore, amicizia, la mistica unità di tutte le cose fuse insieme. Non che la roba mistica sia necessariamente vera. La sola cosa che è Vera con la V maiuscola è che sta a voi decidere di vederlo o meno.
Questa, credo, sia la libertà data da una vera educazione, di poter imparare ad essere “ben adattati”. Voi potrete decidere con coscienza che cosa ha significato e che cosa non lo ha. Potrete scegliere in cosa volete credere. Ed ecco un’altra cosa che può sembrare strana, ma che è vera: nella trincea quotidiana in cui si svolge l’esistenza degli adulti non c’è posto per una cosa come l’ateismo. Non è possibile non adorare qualche cosa. Tutti credono. La sola scelta che abbiamo è su che cosa adorare. E forse la più convincente ragione per scegliere qualche sorta di dio o una cosa di tipo spirituale da adorare – sia essa Gesù Cristo o Allah, sia che abbiate fede in Geova o nella Santa Madre Wicca, o nelle Quattro Nobili Verità, o in qualche inviolabile insieme di principi etici – è che praticamente qualsiasi altra cosa in cui crederete finirà per mangiarvi vivo. Se adorerete il denaro o le cose, se a queste cose affiderete il vero significato della vita, allora vi sembrerà di non averne mai abbastanza. È questa la verità. Adorate il vostro corpo e la bellezza e l’attrazione sessuale e vi sentirete sempre brutti. E quando i segni del tempo e dell’età si cominceranno a mostrare, voi morirete un milione di volte prima che abbiano ragione di voi. Ad un certo livello tutti sanno queste cose. Sono state codificate in miti, proverbi, luoghi comuni, epigrammi, parabole, sono la struttura di ogni grande racconto. Il trucco sta tutto nel tenere ben presente questa verità nella coscienza quotidiana.
Adorate il potere, e finirete per sentirvi deboli e impauriti, e avrete bisogno di avere sempre più potere sugli altri per rendervi insensibili alle vostre proprie paure. Adorate il vostro intelletto, cercate di essere considerati intelligenti, e finirete per sentirvi stupidi, degli impostori, sempre sul punto di essere scoperti. Ma la cosa insidiosa di queste forme di adorazione non è che siano cattive o peccaminose, è che sono inconsce. Sono la configurazione di base.
Sono forme di adorazione in cui scivolate lentamente, giorno dopo giorno, diventando sempre più selettivi su quello che volete vedere e su come lo valutate, senza essere mai pienamente consci di quello che state facendo.
E il cosiddetto “mondo reale” non vi scoraggerà dall’operare con la configurazione di base, poiché il cosiddetto “mondo reale” degli uomini e del denaro e del potere canticchia allegramente sul bordo di una pozza di paura e rabbia e frustrazione e desiderio e adorazione di sé. La cultura contemporanea ha imbrigliato queste forze in modo da produrre una ricchezza straordinaria e comodità e libertà personale. La libertà di essere tutti dei signori di minuscoli regni grandi come il nostro cranio, soli al centro del creato. Questo tipo di libertà ha molti lati positivi. Ma naturalmente vi sono molti altri tipi di libertà, e del tipo che è il più prezioso di tutti, voi non sentirete proprio parlare nel grande mondo esterno del volere, dell’ottenere e del mostrarsi. La libertà del tipo più importante richiede attenzione e consapevolezza e disciplina, e di essere veramente capaci di interessarsi ad altre persone e a sacrificarsi per loro più e più volte ogni giorno in una miriade di modi insignificani e poco attraenti.
Questa è la vera libertà. Questo è essere istruiti e capire come si pensa. L’alternativa è l’incoscienza, la configurazione di base, la corsa al successo, il senso costante e lancinante di aver avuto, e perso, qualcosa di infinito.
Lo so che questa roba probabilmente non vi sembrerà molto divertente o ispirata, come un discorso per questo di genere di cerimonie dovrebbe sembrare. In questo consiste però, per come la vedo io, la Verità con la V maiuscola, scrostata da un sacco di stronzate retoriche. Certamente, siete liberi di pensare quello che volete di tutto questo. Ma per favore non scartatelo come se fosse una sermone ammonitorio alla Dr. Laura. Niente di questa roba è sulla morale o la religione o il dogma o sul grande problema della vita dopo la morte. La Verità con la V maiuscola è sulla vita PRIMA della morte. È sul valore reale di una vera istruzione, che non ha quasi nulla a che spartire con la conoscenza e molto a che fare con la semplice consapevolezza, consapevolezza di cosa è reale ed essenziale, ben nascosto, ma in piena vista davanti a noi, in ogni momento, per cui non dobbiamo smettere di ricordarci più e più volte: “Questa è acqua, questa è acqua.”
È straordinariamente difficile da fare, rimanere coscienti e consapevoli nel mondo adulto, in ogni momento. Questo vuol dire che anche un altro dei grandi luoghi comuni finisce per rivelarsi vero: la vostra educazione è realmente un lavoro che dura tutta la vita. E comincia ora.
Auguro a tutti una grossa dose di fortuna.
note
Questo discorso segue la trascrizione dal video della conferenza, fatta da un appassionato lettore di Wallace, ed è fedele quindi al testo effettivamente pronunciato in quella occasione. Il testo originale inglese si può trovare qui: http://www.marginalia.org/dfw_kenyon_commencement.html. Sono stati eliminati solo un paio di commenti fatti a voce da Wallace stesso. Una versione leggermente diversa è apparsa nel 2006 nel libro “The Best American Nonrequired Reading 2006″ per poi essere parzialmente ripresa dal Wall Street Journal nell’edizione del 19 settembre 2008.
La Dr. Laura è la Dott.ssa Laura Catherine Schlessinger, autrice di alcuni libri, opinionista, spesso presente in trasmissioni radiofoniche. Nota per i suoi sermoni moralistici, risponde alle domande poste per telefono dagli ascoltatori. Nel suo blog ha avuto modo di scrivere frasi che denotano una scarsa sensibilità, dopo la scomparsa di Wallace.

martedì 4 settembre 2012

The King is back!!




Ho terminato la lettura dell'ultimo lavoro di Stephen King 22/11/63.
Era un po'di tempo che non leggevo un libro di Stephen King e devo dire che ho ritrovato tutto cio'che avevo sempre amato nei suoi romanzi.
In piu' qui abbiamo una ricostruzione dell'america degli anni 60, i viaggi nel tempo, una storia d'amore veramente struggente ed un mistero storicamente mai risolto: l'assassinio di Kennedy a Dallas.
Mi e' piaciuto molto il modo in cui King descrive l'america degli anni 60 e le sue consuetudini e i modi di pensare e di come prova a farci capire lo sgomento e le sensazioni provate dagli americani di quel tempo rispetto agli eventi storici che vivevano (i.e. la crisi Cubana, la paura nucleare). 
Mi affascina l'idea della "buca del coniglio" nel ripostiglio del Diners di Al: come luogo di passaggio dal presente al passato. A differenza di quello che accade in "Ritorno al futuro" le conseguenze di azioni svolte nel passato non sempre sono positive rispetto all'evoluzione della storia futura. Mostrare come il passato faccia resistenza ad essere modificato e' anche un ottima trovata


Riguardo al caso Kennedy, ho notato un'ottima conoscenza degli eventi, l'autore si e' molto documentato riportandoci notizie ed fatti realmente accaduti, inserendoli magistralmente nella sua vicenda fantastica.



In breve un grande romanzo che ripaga ampiamente le ore passate sulle sue pagine.

Il finale del romanzo che leggiamo oggi e' diverso dalla sua stesura originale, Stephen King lo ha cambiato su suggerimento del figlio (anche lui scrittore). 



mercoledì 22 agosto 2012

22/11/1063

“Per un momento tutto mi fu chiaro, e nei momenti in cui accade, vedi quant’è sottile il mondo. Non lo sappiamo tutti quanti, in cuor nostro? È un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. Oltre? Sotto? Intorno? Caos, tempeste. Uomini con martelli, uomini con coltelli, uomini con pistole. Donne che pervertono ciò che non possono dominare e denigrano ciò che non possono capire. Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre”.

Ecco una citazione dal libro di Stephen King 22/11/63 che accompagna queste mie giornate di fine estate. Tornare indietro nel tempo per fermare Lee Harvey Oswald prima che uccida Kennedy e' una bella sfida. Il libro e' avvincente ed e' in grado di portarti indietro nel tempo per vivere, insieme ai protagonisti, quello che credo sia un po' il sogno di tutti noi: scoprire come un uomo del 2011 vivrebbe negli anni '60 sopratutto mantenendo la consapevolezza di quello che e' accaduto. Scoprire che nonostante esista la possibilita' di tornare indietro si potrebbe anche scegliere di rimanere per sempre in quel tempo.
Il personaggio del libro segue le vicende di Oswald e della moglie russa Marina al fine di capire se egli sia veramente il vero ed unico colpevole dell'attentato a Kennedy. Questo al fine di eliminarlo prima che l'attentato venga realizzato.
Cambiare la storia, questo si' che sarebbe una cosa che mi piacerebbe fare, anche se non mi interesserei alla grande storia ma proverei a sistemare alcune cose della mia piccola (perche' individuale) storia personale.
Marina Nikolayevna Prusakova
Lee Harvey Oswald

domenica 19 agosto 2012

IQ84

Anche con il passato e con i ricordi si devono quadrare i conti. 
I ricordi come ondate che risalgono nella mente, 
che interagiscono anche col fisico, 
che disturbano, 
che si vorrebbero scacciare ma che restano, che creano angoscia o 
rievocano piacere, 
ma che arrivano inaspettati e non voluti e non se ne vanno 
se non quando sono loro stessi a decidere di svanire. 
E al contempo la realtà che muta, 
il pensiero che non la coglie: 
"appena cercava di pensare qualcosa la realtà sembrava avvicinarsi 
per un attimo, poi subito sfuggiva".

Ho terminato in questi giorni di vacanza ad Allerona la lettura del libro IQ84 
di Haruki Murakami. Si tratta della terza parte che completa il romanzo. 
Come sempre devo dire che leggendo i libri di Murakami si viene trasportati
in un mondo a parte ma questa volta questo mondo e' parallelo esiste realmente
nel romanzo. Si tratta di IQ84 una dimensione diversa rispetto al 1984.
Ho notato che tutti i personaggi che Murakami crea nei suoi libri siano soli, 
anche se in perenne ricerca di un completamento, di una loro meta' che dovrebbe 
renderli felici. Ma e'proprio la loro estrema solitudine a renderli liberi di creare
il loro destino e la loro storia. 
Ho trovato anche una certa continuita' e delle analogie tra questo mondo creato
da Murakami e l'universo popolato da Don Delillo nel suo Underground. Sara' che
nella loro diversita' questi due romanzi sono dei piccoli capolavori. 

lunedì 6 agosto 2012

Aomame

Aomame - 1Q84
Leggendo romanzi ci imbattiamo in personaggi ai quali attribuiamo un volto, spesso in base alle descrizioni che di loro ci vengono fornite dall'autore.
Ad esempio oggi ho inizato la lettura del terzo capitolo del romanzo di Haruki Murakami 1Q84.
Il personaggio chiave del libro ha un nome inconsueto Aomame. Su un sito ho trovato una ricostruzione del volto di Aomane fatta utilizzando un software della polizia per creare gli identikit dei ricercati partendo dalle descrizioni fornte dai testimoni. Quindi inserendo le descrizioni del personaggio scritte nelle pagine del libro da Murakami si ottiene il volto che riporto nell'immagine.
Devo dire che e' esattamente come l'avevo immaginata !
Se volete trovare altre ricostruzioni di personaggi famosi della letteratura potrete andare sul sito: http://www.vousnousils.fr/2012/02/14/portraits-robots-de-heros-de-la-litterature-521731

sabato 4 agosto 2012

Delillo

Approfittando di un paio di giorni di ferie trascorsi al mare ho terminato la lettura di Underground di Don Delillo. Il libro è stato un viaggio di quasi 900 pagine nella storia americana dell'ultimo secolo, ambientato a New York. Non ha una vera e propria trama ma dei temi di fondo: il baseball, i rifiuti, la vita della comunità italiana a Little Italy nel Bronx.
La grande storia che si muove nel fondo, e in primo piano le quotidiane esistenze di personaggi che vivono, raccontano, si confrontano delineando una storia tutta americana ma nella quale è facile ritrovarsi.
E' incredibile come semplicemente leggendo della pagine scritte si riesca a compiere dei viaggi sia nel tempo che nello spazio cosi' coinvolgenti. Mi sembra ancora di sentire nelle narici i profumi dei vicoli di Little Italy e di vivere insieme agli artisti newyorkesi quelle riunioni nelle terrazze dei loro appartamenti che si affacciano sulla grande citta'.
E vero che a volte la pesantezza di alcune pagine viene ripagata da emozioni che altri libri, magari piu' accattivanti ed alla moda, non riescono a dare.
“Mi dispiace signore, ma Dostoevskij non è considerato una lettura estiva. Devo chiederle di seguirmi”


mercoledì 1 agosto 2012

Leggendo De Lillo . . .

Questa sera aspettando il tramonto sul mio balcone ho deciso di creare un video leggendo alcuni passi del  libro di Don De Lillo Underground ... non è andata come volevo ma il video è divertente!!


martedì 31 luglio 2012

Moda' & Underground

Sono riuscito finalmente ad inserire una barra per ascoltare la musica di un video da you tube ......
Quindi se volete ora mentre leggete questo post potete ascoltare la bella canzone dei Moda'.
 

Riporto un breve estratto dell'inizio del libro Underground di Don De Lillo. Dialoghi, incontri, luoghi, piccoli e grandi eventi si susseguono pagina dopo pagina e sebbene la trama praticamente non esista il libro scorre e mantiene vivo l'interesse iniziale.
"Parla la tua lingua, l'americano, e c'è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza. È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c'è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all'ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno. Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell'anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell'invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita."

sabato 7 luglio 2012

Underworld

"The difference comes when you hit the ball. Then nothing is the same. The men trip, getting up from their squatting positions, and everything submits to the flight of the ball splashing away like a stone on water [...]" (Underworld, p. 23 The triumph of death. )
Ho iniziato la lettura di Underworld di Don De Lillo. Al momento sono solo colpito dalla struttura del romanzo che non ha una trama consolidata ma si muove presentando via via personaggi e storie. Il prologo è un racconto e una riflessione sul baseball e su un incontro in particolare tra i New York Giants ed i Brooklyn Dodgers disputatosi il 3 ottobre del 1951 che ha fatto la storia di questo sport in America. Il colpo lungamente descritto nel libro è nel video qui sotto. La palla da baseball è il punto di partenza e sicuramente l'elemento chiave di questo libro. Sarebbe la prima volta che leggo un libro il cui protagonista è una pallina da baseball.


martedì 26 giugno 2012

Franzen #2

Ho finito di leggere un romanzo di Jonathan Frenzen "Le correzioni" e come accaduto anche per "Liberta" questa lettura ha suscitato in me molte riflessioni. L'autore riflette e fa riflettere sulla vita, sul destino e sopratutto sulle relazioni che ogni uomo e' in grado di stabilire con i suoi "vicini". Siamo liberi di vivere i nostri rapporti con gli altri nel modo che scegliamo ma e' chiaro che subiamo a causa di queste relazioni delle influenze positive o negative. Ma noi dobbiamo vivere questi rapporti non come fallimenti o come successi ma solo come possibilita'. Credo che i romanzi ci aiutano a capire il concetto di destino e la necessità di assumerlo come proprio, di non fuggirlo, non negarlo. In fondo il fatto che si compia il destino di un personaggio in un romanzo ci insegna anche questo, che si può lottare, combattere, avere ambizioni e desideri, trasformare e trasformarsi, che sempre però l’io deve fare i conti con i legami con gli altri, non può nascondere o ignorare questi legami; i legami e le situazioni che si creano sono il terreno sul quale cimentarsi, dal quale non si può prescindere. I personaggi dei romanzi vivono, nel corso delle pagine, passano da una situazione a un’altra; ma sempre fanno i conti con quel che li circonda. Non posso dimenticare come il vecchio padre abbia una passione smisurata per il figlio piu' piccolo nonostante, abbiamo potuto legger nel libro, egli sia di fatto il peggiore, il meno affidabile, rispetto ai suoi fratelli. Eppure gli occhi di Alfred si illuminano solo quando questo figlio riesce a raggiungerlo per quello che sara' il loro ultimo Natale insieme nella casa di St. Jude. E mi fa pensare il fatto che di questo struggente ed incondizionato amore il figlio non se ne rende nemmeno conto ma sara' in grado di capirlo solo grazie all'intervento dei fratelli. 
Il messaggio chiaro che emerge dalle circa 600 pagine del libro e' che dobbiamo accettare il nostro destino, vivendolo non passivamente ma con la consapevolezza che e' parte del mondo fatto di spazi e di relazioni in cui giorno dopo giorno costruiamo la nostra esistenza.

martedì 12 giugno 2012

Murakami

Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un'esperienza pericolosa.
Kafka sulla spiaggia è uno dei libri di Haruki Murakami che ho letto negli ultimi mesi. La scoperta di questo scrittore, casuale come spesso accade, ha aperto una porta su un nuovo modo di scrivere e di concepire la vita. I libri di Murakami sono viaggi all'interno di noi stessi, si cammina per un po' di tempo fianco a fianco a personaggi spesso malinconici che vivranno poi per sempre nella nostra memoria, come i ricordi che sto provando a fissare riempiendo le pagine di questo blog. Il destino (o la predestinazione) e la ricerca dell'identita' animano i due protagonisti del libro obbligandoci a seguirli nelle strade, diverse ma convergenti, che li portano alla scoperta di loro stessi. 
Riporto delle citazioni dal libro, piccoli frammenti di una storia indimenticabile.

Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti. Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa - si, io immagino che sia nella testa - ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi. Un po' come le sale della biblioteca, con tanti scaffali. E per poterci orientare con sicurezza nel nostro spirito, dobbiamo tenere in ordine l'archivio di quella stanza: continuare a redigere schede, fare pulizie, rinfrescare l'aria, cambiare l'acqua ai fiori. In altre parole, tu vivrai per sempre nella tua biblioteca personale.


Cammino lungo la riva della coscienza, dove le onde si muovono in un flusso e riflusso continuo. Quando arrivano, lasciano dietro di sé delle scritte che subito l'ondata successiva cancella. Cerco di leggerle in fretta, nel breve intervallo fra un'onda e l'altra. Ma non è facile. Prima che faccia in tempo a leggere, arriva una nuova onda a cancellare tutto. Nella coscienza rimangono solo indecifrabili frammenti di parole. 


Amare è così, caro Tamura Kafka. Sei solo tu a provare quelle sensazioni così belle da togliere il fiato, e solo tu a vagare nelle tenebre più fitte. Tocca a te sostenere questo peso col tuo corpo e la tua anima.


Fatevi tentare ma attenzione ... produce dipendenza!!

giovedì 7 giugno 2012

Franzen





Immagino di essere il guardiano di un faro e un giorno trovare ai piedi della scogliera una bottiglia con un messaggio: 


Si chiedeva: la gente sarebbe stata sensibile a quelle immagini se le immagini non avessero avuto la stessa dignità delle cose reali? La questione non era la potenza delle immagini, ma la debolezza del mondo. Certo poteva essere vivido nella sua debolezza, come nei giorni in cui il sole cuoceva le mele cadute nei frutteti e la valle odorava di sidro [...] ma il mondo era fruibile soltanto sotto forma di immagini.Tutto cio' che entrava in testa si trasformava in una fotografia.
                                               (Le correzioni - Jonathan Frentzen)


Mi chiedo: ciò che vivo ogni giorno è la realtà o è quello che io immagino?
Gli altri mi vedono come io mi sento e mi vedo o per loro sono tutta un' altra persona? Mi piacerebbe scoprirlo ma come chiederlo?
Da bambino pensavo che un giorno mi sarei svegliato ed avrei scoperto che la mia vita sino a quel punto era stata tutta un sogno e che avrei dovuto ricominciare tutto da capo. Allora la cosa mi spaventava un po' ... oggi forse potrei anche desiderarlo.


Ma ora lasciatemi tornare al mio posto di osservazione. Nella solitudine comunque serena delle mie giornate vigilo sulla mia vita e guardo le navi che si muovono nel mare circostante. Le vedo entrare nel cono di luce del mio faro, per un breve periodo le nostre storie si intrecciano, poi si allontanano.


Grazie comunque per questo breve incontro.